Dimenticare a Memoria. Riflessione emozionale sulla diversità ricordando l’omocausto e tutte le deportazioni

On 18 gennaio 2014

Dal 25 gennaio al 2 febbraio 2014 si terrà presso il Mu.MA – Museoteatro della Commenda di Pré (secondo piano) l’esposizione d’arte contemporanea: Dimenticare a Memoria, promossa in occasione della Giornata della Memoria del 2014 da Approdo Comitato Territoriale Arcigay Genova in collaborazione con Loredana Galante, con la Galleria Sabrina Raffaghello, con il Mu.MA – Istituzione Musei del Mare e della Navigazione e Consorzio Sol.co Liguria. Saranno esposte le otto interventi  degli artisti: Gianluca Chiodi, Massimo Festi, Loredana Galante, Pierpaolo Koss, Julia Krahn, Giancarlo Marcali, Stefano Scheda e Mona Lisa Tina.

Attraverso il linguaggio dell’arte, la mostra vuole coinvolgere l’osservatore in un’esclusiva esperienza emotiva e corporea, invitandolo ad una serie di riflessioni sui temi dell’Omocausto e di tutte le deportazioni. I temi con cui gli artisti si rapportano accolgono considerazioni su ogni tipo di emarginazione – passata e presente – con attenzione particolare al significato, a più livelli, dei termini “straniero” e “diverso”.

L’inaugurazione è prevista per sabato 25 gennaio alle ore 18:30. La mostra sarà introdotta dalla performance «Ich höre dir zu» di Loredana Galante e Mona Lisa Tina, una serie di riflessioni con il coinvolgimento diretto del pubblico a partire dal tema della Shoah e della Deportazione, fino ad abbracciare considerazioni su ogni tipo di emarginazione legata al concetto di straniero, tra la necessità di preservarne il ricordo e la fiducia positiva di superarne pienamente i limiti.

La fotografia rende istantanea la memoria, determina un momento preciso e ne scrive indelebilmente la storia, il video va oltre e cattura le sequenze complete di tutte le sollecitazioni suoni, voci e rumori. Semanticamente tutto è scritto resta preciso nella sua definizione non si confonde con le nebbie del tempo. In questo modo non è più possibile mitigare la forza di un’emozione , sia essa positiva o negativa, non è più possibile dimenticare. Eppure nonostante la potenza dell’immagine scritta dimenticare si può. Il ricordo si può falsare i colori possono svanire e la memoria mutare. Quale è il senso quello storico di ciò che resta scritto o quello emotivo di ciò che muta e svanisce? Questa è la potenza e la forza dell’immagine di parlare infiniti linguaggi di restare punto di riferimento indelebile nella storia umana, vedi ad esempio l’immagine di piazza Tienanmen nella memoria collettiva istante condiviso inalienabile per la sua forza intrinseca di partecipazione. Poi ci sono le immagini univoche quelle incondivise o di scarsa partecipazione, quelle biunivoche ove ognuna delle parti coinvolte dimentica nella sua corruttibilità emotiva l’istante e da una interpretazione personale. Si può allora dimenticare? È possibile dimenticare a memoria? Nel lavoro artistico l’immagine è manipolata attraverso una componente emozionale e creativa che traduce l’istante in divenire, ogni soggettiva lettura potrà acquisire uno status di partecipazione e condivisione empatica, non canonizzata dall’evento storico, per cui il tempo potrà intervenire come elemento portante nel processo del divenire. Certo su queste premesse il titolo scelto per questa mostra vuole evidenziare come la diversità si esplicita in diverse fasi emotive ed emozionali e come sul fenomeno dell’omocausto in tutte le sue deportazioni possa alla fine essere dimenticato attraverso le esperienze individuali ma salvato e salvificato grazie alla memoria artistica che rende collettive e mutanti le esperienze singole anche se non vissute o immortalate. La giornata della Memoria serve a riportare alla mente anche il non vissuto, il celato o l’orrore, la visione artistica come catarsi permette di affrontare discussioni sui temi difficili o scomodi senza perdere l’incisività delle azioni e delle conquiste. Parlare attraverso l’arte libera le parole da preconcetti da schematismi o convenzioni di dialogo, parlare attraverso l’arte per non dimenticare riporta la memoria a uno stato storico di realtà pur senza la forza di una documentazione storica universalmente condivisa. Perché l’emarginazione dell’oblio può essere inviso dal racconto artistico, il senso dell’emarginazione partecipato dalla forza dell’empatia, il concetto di termini come straniero o diverso estrapolato in tutte le sue valenze fino ad arrivare alla totale comprensione e condivisione. La violenza della dimenticanza vinta dalla forza del ricordare a memoria attraverso il gesto e la valenza di un’opera d’arte. Questa è la forza della contemporaneità , rendere possibili differenti stati d’animo, differenti realtà, differenti linguaggi, arrivare alla compartecipazione emotiva e alla forza del ricordo. Perché ricordare aiuta a superare le barriere a progredire attraverso la contaminazione il progresso, il mutamento eraclideo si trova ora come non mai nei principi stessi dell’arte contemporanea. Il ricordo produce memoria , la memoria produce emozioni le emozioni cambiano gli uomini.

E proprio l’uomo è l’elemento che unisce Loredana Galante, Monalisa Tina, Massimo Festi, Stefano Scheda, Giancarlo Marcali , Gianluca Chiodi, Julia Krahn e Pierpaolo Koss. Iam, un uomo quello di Gianluca Chiodi dove le fotografie diventano strati di convenzioni, pregiudizi, false apparenze spogliate in nome di una consapevolezza di pirandelliana memoria, centomila nessuno uno e proprio quell’uno, rappresenta la forza dell’essere umano nudo di fronte a se stesso e al mondo perché l’essere pesa sempre più che l’apparire.

Tra realtà e finzione appaiono i doppelgänger figure oniriche, ovvero copia spettrale o reale di una persona vivente, come “il sonno della ragione genera mostri “ di Francisco Goya così Giancarlo Marcali concepisce queste duplici figure nate dalle fobie, i due lati di un’anima in precario ma saldo equilibrio tra loro fluttuanti e rarefatte come fantasmi, ma presenze certe cariche di forza in perenne legame con chi le ha generate. Questo lavoro fotografico rende la memoria di un corpo impressa su una pellicola trasparente invasa dalla proiezione di una paura ancestrale, il lato oscuro dell’esistenza.

Massimo Festi ripercorre nel suo lavoro fotografico un amarcord di felliniana memoria soprattutto nel riproporre con la metafora dei freacks figure rese icone universali in “Circus of Love”. Sono figure che svelano in chiave pop una natura di alienazione, di rovina, di banalità, di estetica spinta agli eccessi, di sesso, di violenza fisica ed emotiva ci assenza totale di cultura. Ne emerge un’umanità diversa, una bellezza alternativa dove l’identità si perde in una realtà dimenticata, come uno specchio dove l’immagine riflessa non è reale, si perde nei meandri di memorie raccontate e disperse, come disperso è il nichilismo della perfezione, l’essere superuomini non paga, quello che l’immagine salva è un superamento dei generi una nuova estetica dove bellezza è sinonimo di diversità ed entrambi i concetti si fondono in un’ unica parola libertà.

La memoria storica di un greve atto di disumanità l’Olocausto è il punto di convergenza dell’opera di Stefano Scheda ”Fuoridentro/artifici”, un tappeto della memoria che come la Zattera della Medusa di Théodore Géricault rappresenta la ricerca della salvezza per i naufraghi, la diversità che si amalgama tra corpi nascosti e aggrovigliati dove la pulsione erotica del corpo nudo perde ogni sua carica sessuale e diventa forza vivifica a contrasto con gli umori di morte e affossamento. Il mare diventa il pavimento ove il tappeto è steso, la zattera la cassaforma contenitore di corpi, l’interazione con la memoria collettiva è quella di una compartecipazione, si può aggirare mare lambirne le acque per sfuggirne l’immensa tragedia, si può calpestare ed entrare in contatto empatico a celebrazione di una rinascita alla vita, o ci si può sdraiare o sedere sopra con gesti che fanno parte della nostra quotidianità, sognare dormire pregare amare.

Mona Lisa Tina con tutta la forza emotiva e dirompente dell’immagine nell’opera fotografica Anamnesi parte da se stessa, per dimenticare l’identità individuale e trasfigurare in un soggetto a identità ibrida, dove il maschile, il femminile e il ferino compongono un genere nuovo, o neutro se vogliamo mettendo in discussione le leggi della stessa natura . Un nuovo equilibrio dove il corpo liberato da un’estetica forzata di massa si esprime per valenze in sintonia con un percorso antropologico e antropomorfo teso all’ideale ripartizione tra fisicità e psiche. La bellezza parla a se stessa attraverso segni che marcano il tempo e scrivono un novo capitolo della consapevolezza del sé.

La memoria di una nazione compare con tutta la sua forza e la sua fragilità in perenne dicotomia nell’installazione video di Pierpaolo Koss ”Propaganda” Ortodossa.Una Memoria storica e politica osservata e recuperata dall’artista durante i suoi vent’anni di lavoro in territorio sovietico. La campagna moralizzatrice politico religiosa varata dalla Duma nel 2013 prende di mira l’omosessualità paragonata alla pedofilia e le minoranze razziali discriminate e centro di gravi episodi di violenza tollerati dalle istituzioni come propaganda moralizzatrice. Una realtà che riporta indietro a quello mai più dovrebbe accadere, che abbruttisce il genere umano perché l’ignoranza fa dimenticare, cancella la storia e rimette gli errori all’attualità della contemporaneità. La violazione dei diritti umani è denunciata senza clamori con i colori accesi di un’icona pop che brucia, non arde, si cancella nell’identità del potere.

Loredana Galante espone la foto “Made with your affective contribution”, un’immagine che gioca sul senso della memoria e sull’anacronismo. La sospensione dello stato spazio e tempo coincide con i rammendi che compongono la veste, parti di differenti abiti di famiglia, la storia che si ricompone e riscrive le sue gesta attraverso la preziosità del singolo che diviene collettivo, quasi che ogni singolo frammento di memoria si inequivocabilmente necessario nella costruzione di uno status di collettività. L’identità singola perde la sua valenza di principio individuale e si sposa a una dimensione di partecipazione e realtà multipla. Un sui generis a cui attraverso il proprio frammento ognuno può contribuire.

Julia Krahn con il video “Die Taube”, affronta il percorso della memoria attraverso i simboli sacri. Un’alchimia di gesti e figure, immersi in una dimensione ideale, quasi che l’iperuranio sia uno stato effettivamente visibile. Una sacralità che conferisce un senso di forza e tracciabilità emozionale. Si percepisce il dolore, quello comune a uomini e donne , si percepisce la coerenza di un racconto arcaico che è parte delle nostre radici e del nostro percorso. Non servono parole nitide e frasi articolate bastano pochi frammentari atti di rivelazione a rendere i simboli chiari e fruibili, non servono codici per decifrare un semplice messaggio di umanità e fratellanza.

Infine nell’opera Ich Höre Dir Zu, Mona Lisa Tina e Loredana Galante regalano una performance site specific al ema della Shoah coinvolgendo direttamente il pubblico. Deportazione, disuguaglianza, emarginazione, immigrazione, differenza di genere e razza. Limiti di una società che hanno generato dolore attraverso i secoli scrivendo pagine diffamanti e vergognose nella storia degli uomini. Le ariste attraverso un percorso di positività e superamneto dei limiti cercano di portare la dimensione d’ascolto, la comprensione emotiva verso l’altro al di là di qualsiasi appartenenza religiosa, di etnia e di orientamento sessuale, certe che soltanto una mente priva di pregiudizi e aperta all’accoglienza possa essere la soluzione che permette di oltrepassare l’orrore e  l’incomprensione degli atti di violenza inaudita che hanno segnato e continuano a segnare la storia.

A corollario della performance Mona Lisa Tina e Loredana Galante raccolgono in un video il percorso performativo inserito nell’istallazione 17 Quintali. Un antico armadio raccoglie come sacro involucro l’universalità di un gesto ripetuto meccanicamente, ininterrottamente dalle due giovani donne che pelano patate, raccolgono bucce e nell’assoluta povertà del cibo riflettono ansie , sofferenze trasporti emotivi e privazioni. Una simbologia che apre al tema della “sopravvivenza” e del “sostentamento di molti deportati ” nell’abominevole permanenza dei campi di sterminio, Un concetto di rivisitazione intima e familiare di un’immane tragedia. La Memoria racconta, parla, scrive, dimentica per ricostruire, placa, educa, apre e consolida. La memoria rinnova le emozioni che permettono agli esseri umani di affrontare con dignità il ricordo. L’arte in questa mostra ha riunito e rappresentato differenze e oblii, perché dimenticare non sempre genera confusione e disperazione qualche volta affrontare il dolore o la gioia rinnova quello spirito di evoluzione che chiamiamo vita.

“Chi non ricorda non vive “ Giorgio Pasquali, Filologia e storia

Sabrina Raffaghello

 

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